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Immoralità, come reagisce il nostro cervello

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Immaginiamo di poter sottrarre un oggetto a un collega che ce l’ha lasciato sotto il naso, allontanandosi dalla nostra stanza. Quanti – spinti da desiderio o necessità – lo farebbero davvero? In simili situazioni molti non agiscono perché è rischioso, altri perché sanno che è sbagliato. Ma per la maggior parte delle persone agire è ritenuto semplicemente impossibile.

Su Pnas è stato pubblicato uno studio relativo a immoralità e impossibilità, firmato da due ricercatori del dipartimento di psicologia dell’università di : Fiery Cushman e Jonathan Phillips.

“Quando la gente fa qualcosa di immorale, le persone tendono a dire cose del tipo ‘no, non può essere vero’ o ‘non posso crederci’” spiega Phillips in un comunicato. “C’è l’impressione che il consideri questo genere di cose in modo simile a come reagirebbe se qualcuno ti avesse detto che è possibile trasformare il cappello in una barretta di cioccolato, o qualcosa di altrettanto impossibile.”

“Pensiamo che ciò potrebbe effettivamente aiutare le persone ad agire moralmente nel mondo reale.” aggiunge Cushman. “Forse è più facile fare la cosa giusta se il tuo cervello è stato progettato per considerare la cosa sbagliata… come se fosse impossibile. Perché se hai ammesso che qualcosa era possibile, potrebbe iniziare a sembrare piuttosto allettante.”

In sostanza è come se, nella mente, due voci annunciassero le possibilità a disposizione: una più intuitiva che rispetta le leggi della , un’altra più deliberativa fedele alle leggi della fisica.

“Parte di ciò che stiamo imparando è il motivo per cui la gente definisce le cose possibili o impossibili”, continua Cushman. “Si scopre che non facciamo questo come uno scienziato o un filosofo, con l’obiettivo di essere perfettamente accurati sul mondo. La gente vuole essere pratica riguardo al mondo e, in concreto, non si dovrebbero fare cose immorali o irrazionali. Quindi un approccio pratico al processo decisionale è semplicemente quello di definire certe cose impossibili, e concentrarsi solo sulla serie di cose in cui valga la pena di investire il tuo tempo”.

Per verificare come la gente reagisce agli eventi sia immorali che impossibili, è stato messo a punto un esperimento che ricorre ad Amazon Mechanical Turk, piattaforma online per l’impiego. Ai partecipanti sono state presentate varie situazioni in cui una persona affrontava un problema, come il dover raggiungere l’aeroporto dopo che la loro auto si era rotta. I soggetti hanno visto una serie di possibili soluzioni che erano o immorali (come aggredire e derubare qualcuno), o fisicamente impossibili (come trasformare un cappello in una barretta di cioccolato), ed è stato chiesto loro di valutare se ognuna di queste fosse una soluzione “possibile”.

L’espediente utilizzato è stato quello di far rispondere metà dei partecipanti dopo 1,5 secondi, mentre all’altra metà è stato detto di farlo nel suddetto lasso di tempo. I risultati sono stati notevoli: i primi – che avevano avuto più tempo per riflettere – hanno definito “impossibili” un quarto delle azioni immorali. Invece per gli altri – con soli 1,5 secondi a disposizione – lo sono state circa ben la metà delle risposte.

“Se le persone hanno il tempo di riflettere su questo, useranno la loro ben formata e ragionata comprensione di quali cose siano possibili e impossibili” afferma Phillips. “Ma quando devono rispondere in fretta, non hanno il tempo per farlo, quindi devono affidarsi a questa idea di base su quali cose possano accadere.”

Come giustificare quindi l’immoralità? Per i due ricercatori le persone passano da un sistema di valutazione del mondo a un altro: uno limitato dalla moralità e un altro nel quale i comportamenti immorali sono contemplati. “Il primo viene usato per governare le proprie azioni e pensare alle azioni di chi ti è vicino. Ma l’altro sistema non è costruito così… perché sarebbe una terribile idea il non dover mai considerare la possibilità che qualcosa di brutto possa capitarti.”

Lo studio solleva numerose domande e potrebbe aprire la porta a una nuova comprensione del perché alcune persone commettano ripetutamente atti immorali. “Una delle cose di cui siamo entusiasti è esaminare le persone con tendenze psicopatiche”, sottolinea Phillips. Infine, lo studio suggerisce anche una possibile ragione del perché rivolgersi alla religione sia spesso una strategia di successo per coloro che sperano di liberarsi dalla dipendenza da alcool o droghe.

di Giovanni De Benedictis per Oggiscienza.it

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