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Sognare la rivoluzione non significa essere rivoluzionari

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La  in  è un desiderio, un sogno: talvolta bisbigliato, sussurrato tra amici, in segreto, oppure enfatizzato con le dita sulla tastiera di un computer anonimo, nel lago impetuoso dei social.

Il desiderio della rivoluzione è un peccato capitale, che ti marchia con la lettera scarlatta del giacobinismo, del pericolo pubblico, del sovversivo, del potenziale terrorista. Non è un caso; non è senza ragioni per cui questo accade. Le rivoluzioni si coprono troppo spesso di sangue; sovvertono un potere al comando con l’anti-potere che, a sua volta, ne prende il posto. A volte va bene, in altre si peggiora la situazione.

Per questo la democrazia, per quanto imperfetta, è l’unico strumento che consente di “sovvertire” il potere, di “ribaltare” il posto di comando, consentendo l’alternanza, e la libera scelta, tra opzioni diverse, evitando lo spargimento di sangue.

Rivoluzione senza rivoluzionari?

Comunque, per fare la rivoluzione, occorrono i rivoluzionari. Gente risoluta, con le idee chiare sullo stato attuale delle cose e quelle sul futuro che si desidera attuare. Combattenti pronti a sacrificare se stessi per la causa – che ritengono giusta,- abili nelle strategie e capaci di nervi saldi, per non cedere subito di fronte alle prime difficoltà.

Il panorama politico dell’Italia di oggi, e degli ultimi anni, simboleggia bene questo contrasto tra il desiderio di attuare la rivoluzione (culturale, sociale, ), ma senza i nervi saldi di cui necessitano i rivoluzionari.

Meglio ancora, le cronache post  del 4 marzo segnano la confusione tra il fronte “conservatore” e quello “riformatore”, ma non meno quella interna al secondo. A oggi, posso dire, per quel che mi riguarda, che Di Maio si è mosso molto bene nel dimostrare un’evidenza che non teme diversa interpretazione: in Italia è in atto, da anni, un accordo politico per evitare un governo del .

Tre leggi elettorali, pressoché incostituzionali, e che non hanno precedenti nei paesi dell’area occidentale democratica, di cui l’Italia è parte, sono state scritte e promulgate con l’obiettivo di impedire l’affermazione del movimento. Anche a costo di creare una situazione di ingovernabilità.

La separazione tra la conservazione del passato (fondato su ricatti, complicità, illegalità, privilegi) e le potenzialità del futuro, affrontando i reali problemi del paese avendo cognizione di causa (con immaginazione), e reale preoccupazione per i cittadini, non può essere più lampante.

Confusione oppure cambiamento sottile?

È  il fronte dei “rivoluzionari”, o di chi sogna la rivoluzione, a sentirsi confuso. L’illusione che per far la rivoluzione, e cambiare le cose, ci sia, da qualche parte parte, un interruttore (deviatore) da pigiare per avviare in automatico il cambiamento, si è rivelata in tutta la sua drammaticità. Molti tifano per accordi tra M5S e la parte politica che ritengono più congeniale. Altri temono la disfatta dei consensi. Alcuni sospettano il cedimento dei principi. Pochi riescono ad analizzare la concreta situazione.

La rivoluzione, o la si mette in atto con le armi, o si usano gli strumenti democratici a disposizione; anche quando questi sono logorati dall’uso improprio causa decenni di mala politica. Avviare il cambiamento, in simili condizioni, implica saper destreggiarsi nel rivelare, al mondo, le trame degli avversari; quelle nascoste dietro le false buone parole d’ordine: responsabilità e governabilità (per esempio). Significa percorrere un sentiero che non è un prato fiorito, ma un cammino irto di avversità; ma è l’inizio di un cammino, di una nuova direzione.

Sono alcune domande a essere assenti nel dibattito: chi ha davvero paura del ripristino della legalità? chi teme un intervento sul conflitto di interessi? chi ha il terrore che un reddito di cittadinanza liberi una parte della popolazione dal ricatto della criminalità? chi paventa la liberazione delle banche dal giogo della politica? e quello dell’informazione dai padroni? e la perdita di potere degli speculatori (e organizzazioni criminali) sulla pelle degli immigrati? e il terrore di perdere le granitiche mazzette sulle grandi opere? oppure inorridisce all’idea del recupero dei diritti sul lavoro, sulla sanità, sullo Stato Sociale?

Potremmo continuare un bel po’, ma il senso è sempre lo stesso. Il cambiamento è in atto, con buona pace di chi non riesce a vederlo. Possiamo essere migliori di ciò che siamo sempre stati condannati ad essere. Sarebbe un vero peccato perdere l’occasione.

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