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Non si affitta a… la storia di sempre dei migranti

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È partito un altro dei miei figli “adottivi”: prima Moctar, poi Seydou, dopo Bah e ora Moussa. Qualche volta c’è stato un preavviso seguito da pianti e abbracci. Altre volte invece no quando le circostanze non l’hanno permesso, e allora si è cercato di rimediare chiedendo scusa per la mancanza di un abbraccio d’addio.

Ormai ci siamo abituati in famiglia a queste perdite. Eppure dopo ogni partenza verso lacrime per la preoccupazione di ciò che dovranno affrontare in questo nuovo percorso di vita, chiedendomi se ci vedremo mai più.

Ci ringraziano, ma sono stati loro ad aprire alla nostra famiglia una finestra verso altri mondi che non conoscevamo attraverso i loro racconti sul Mali, la Costa d’Avorio, la Guinea. Le mie due figlie hanno acquisito fratelli maggiori protettivi e premurosi e tutti noi abbiamo condiviso pasti, merende, passeggiate, feste e compleanni insieme ai nostri amici richiedenti asilo.

In realtà, alcuni di loro sono come le migliaia d’italiani che sono scappati dall’Italia nel dopo guerra negli anni cinquanta e sessanta. Allora si mangiava e lavoricchiava anche in Italia, ma le prospettive per un futuro migliore erano rivolte verso posti come gli Stati Uniti e il Canada, da dove provengo io.

A Toronto, la mia città natale, gli italiani avevano un soprannome: “Wops” – without papers. Tradotto in italiano, vuol dire “senza documenti”. Oggi, gli italo-canadesi sono Ministri di governo, scrittori e proprietari di enormi grattacieli, i figli di chi era muratore, imbianchino e verduriere.

Quando mia madre – canadese da sei generazioni, protestante e di estrazione gallese, inglese, scozzese e irlandese – ha sposato mio padre italiano negli anni sessanta, ha perso tanti amici per aver scelto questo “latin lover, mafioso e cattolico”. In realtà, all’epoca la reazione non sarebbe stata poi così diversa se fosse stato un uomo nero del Congo.

Posso capire se agli italiani non piace sentire racconti come quello vissuto inizialmente dalla mia famiglia. Nessun italiano vuol indossare lo stereotipo dell’italiano. Si può dire la stessa cosa delle persone che stanno migrando verso l’Europa dall’Africa, il Medio Oriente e l’Asia. Anche loro, quando arrivano sulle coste italiane o su terra europea attraverso i Balcani, devono affrontare l’immaginario europeo del maliano, somalo, siriano, pachistano o quel che sia.

Qualche tempo fa, ho avuto il privilegio di intervistare A. del Mali. Dopo tre ore di domande e risposte, mantenendo la pacatezza da giornalista, ho salutato A. e sono stata sopraffatta dalle emozioni. La sua storia è una come migliaia di altre, ma in qualche modo è diverso quando conosci bene chi te la racconta. La brutalità che A. ha affrontato durante il suo viaggio attraverso l’Algeria e la Libia va certamente oltre il puro  o un credo in stereotipi. Va anche oltre la mancanza di rispetto per la dignità umana. Era totale indifferenza verso la vita umana.

Questa indifferenza nega la nostra umanità perché l’indifferenza ci fa perdere qualsiasi possibilità di comprensione, di empatia o di amicizia. L’indifferenza significa il non considerare, il non mettersi nei panni degli altri, l’essere cieco verso il valore della vita di un’altra persona.

 e richiedenti asilo, che hanno passato, e passano tuttora tempo in Italia come ospiti nel nostro Paese, affrontano questa indifferenza ogni giorno: quando ci si passa accanto senza guardarsi, quando ci si vede ogni giorno senza salutarsi e quando un’idea di chi si è, viene concepita senza conoscersi.

Rimango in contatto con chi è partito. Moctar si è fidanzato, Seydou sta studiando e Bah gioca a calcio. Fino a ora ci è andata bene. Chi è partito è sano e salvo. Spero in bene anche per Moussa, e per A., O. e M. che sono ancora qui in Italia.

Non si affitta agli italiani”, “Non si affitta ai meridionali”, “Non si affitta a X …” C’è sempre un essere umano X che segue: per la casualità di dove si è nati, per disastri naturali e umani sui quali non si ha alcun controllo, per chiusura, per paura e per ignoranza. Il turno di essere l’X può essere nostro in qualsiasi momento. Cosciente di questo, ognuno di noi può scegliere se essere indifferente o meno. Per me la scelta è ovvia.

di Lisa Ariemma per Tgvallesusa.it

Lisa Ariemma è una giornalista, ricercatrice ed educatrice. Vive tra Meana di Susa e Toronto ma si considera cittadina del mondo.

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