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In ricordo di Giorgiana Masi

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Per non dimenticare Giorgiana Masi uccisa da un proiettile calibro 22, presumibilmente sparato dalla polizia, durante una manifestazione in favore del divorzio nel 1977 in occasione del referendum voluto dai democristiani per abolirlo.  Giorgiana aveva 18 anni. I radicali accusarono sempre Francesco Cossiga (allora ministro dell’interno) di aver cercato lo scontro nella piazza e di aver provocato le violenze. Qui un ricordo tratto da notizie.radicali.it

Laura Arconti : 12 maggio 1977, Giorgiana Masi

Quest’anno non ci sarò, Giorgiana, il 12 maggio a Ponte Garibaldi, perché il tempo – e certe vecchie malattie – non rispettano il calendario e non si fanno comandare dalla volontà.

Non ci sarò quando quattro o cinque Radicali “di una volta” andranno a portare fiori sulla spalletta del Tevere dove una targa di bronzo, scura sul grigio scuro della colonna, va letta da vicino perché è anch’essa diventata vecchia.

Non ci sarò, lì, con la presenza viva del ricordo autentico, mentre col rito stanco delle abitudini i giornali pubblicheranno quella tua vecchia fotografia presa dalla carta di identità del Comune, con i due circoletti in diagonale dei sigilli che allora fissavano la foto sul documento.

Ma c’ero quando in tre – Emma Bonino, Sergio Rovasio ed io – abbiamo messo a Ponte Garibaldi la prima “lapide” di cartoncino, per ricordare i tuoi vent’anni senza futuro. E c’ero la notte della tua morte, quando eravamo in tanti, seduti per terra sull’asfalto del ponte, a piangere in silenzio per te. E c’ero, mentre tu cadevi sotto un colpo di pistola, quella sera in cui il ministro dell’Interno Cossiga disse in Parlamento che “la polizia non aveva sparato”.  E che importa, se abbiamo pubblicato la fotografia di quei due in divisa e delle fiammelle color arancione che uscivano dalle loro pistole?

Mentre tu cadevi a Ponte Garibaldi colpita da una pallottola materializzatasi misteriosamente nell’aria, io ero a piazza Navona a soffocare nel fumo dei lacrimogeni lanciati ad altezza d’uomo. Ero con Adele Faccio, con Mimmo Pinto e la sua “cammesella bbona” strappata nella colluttazione col poliziotto, con Valter Vecellio che sventolava inutilmente il tesserino di giornalista mentre lo strattonavano a terra. Ero sul palco mentre un compagno di cui non so il nome suonava sul pianoforte verticale musiche da film western, e aveva sulla schiena un cartello scritto a mano: “non sparate sul pianista”.

Eravamo lì, e da lì eri partita anche tu, Giorgiana, giovanissima cittadina responsabile, padrona dei tuoi diritti civili. Eravamo lì perché raccoglievamo firme per nuove consultazioni referendarie, nel giorno della ricorrenza del NO vittorioso al Referendum sul divorzio, tre anni prima.

Ed ero in piazza Navona nel ’74, la notte che uscirono i risultati del Referendum voluto dai conservatori e dalla Curia  – e vinto invece da noi –  ed avevamo sotto al palco pacchi di copie di Liberazione (che allora era il nostro giornale) pronte da distribuire, con quel grande “NO” e quel grido di vittoria che era il nostro auspicio.

In questo mondo giovanilista inaugurato dal ragazzo di provincia che nessuno ha mai scelto ma si è appropriato dei nodi delle Istituzioni, piazzando le sue nullità nei punti chiave, nessuno più ricorda la storia del “giorno per giorno” di quei tempi straordinari che hanno cambiato l’Italia. I giovani non conoscono la cronaca che è iscritta nei libri di Storia, né vogliono conoscerla; i nonni ormai servono solo come parcheggio per bimbi di genitori indaffarati e di animali da compagnia la cui compagnia non interessa più nessuno. I vecchi non hanno più voglia di raccontare, non solo perché la voce ha perso sonorità ed esce a fatica, ma soprattutto perché una buona storia deve avere attenti ascoltatori, altrimenti non vale la pena di raccontarla.

Resta lì in pace, giovanissima Giorgiana senza futuro, mentre i giovani di adesso si fabbricano un futuro lavorando all’apparire più che al creare qualcosa; pensare da cittadino e non da suddito non fa per loro, sanno come ben diversamente farsi valere.

Ci vediamo presto “di là”. Nell’immaginario da cartone animato, su una nuvoletta, con le gambe penzoloni nel vuoto, io con un foglio da firmare ti porgerò la penna, e tu -con quel tuo sorriso malinconico della vecchia fotografia-  prenderai la penna dalle mie mani, ancora un’ultima volta.

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