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1933-1960 Moncenisio: storie di un tempo e di un confine conteso.

MoncenisioOspizio-vi

ogni volta in cui mi capita di andare al Moncenisio e passo vicino al lago guardando il paesaggio circostante, non posso fare a meno di pensare a quanto mi sarebbe piaciuto vedere quel piccolo paese oramai scomparso tra le acque […] ogni volta non posso fare a meno di pensare a quanto avrei voluto entrare attraverso quel complesso di fabbricati attorniati da altissime mura; si chiamava ospizio ma non aveva nulla a che fare con gli anziani e per secoli fu tappa fondamentale per viaggiatori stremati dal freddo, dalla fatica, dalla fame […]

Inizia così l’introduzione di Fabrizio Arietti alla presentazione del suo ultimo lavoro intitolato Moncenisio 1933 – 1960 memorie e cronache di confine (edizioni del Capricorno) – che si è tenuta domenica 12 ottobre presso il centro polivalente di Venaus.

Alla presenza del sindaco Nilo Durbiano, e di una sala gremita, i racconti raccolti con passione nel libro da Fabrizio sono stati presentati in anteprima attraverso un documentario ricco di immagini e testimonianze e da una breve parentesi teatrale animata da Carlo Ravetto e Carlo Pesando.

Il libro porta la prefazione di Luca Mercalli il quale sottolinea come il Moncenisio sia da molto tempo luogo di studio per la meteorologia. Lassù ci sono le tracce dei ghiacciai purtroppo scomparsi a causa del clima; alcuni di questi erano usati per recuperare i blocchi che a valle venivano usati al posto dei frigoriferi.

Il percorso delle immagini è un crescendo di emozioni suscitato dalla voce di chi ha vissuto in quegli anni della grande guerra. Gli scontri con la Francia, i tentativi di conquistare roccaforti inespugnabili con truppe mandate a combattere dal governo fascista senza neppure gli abiti adatti alle intemperie, al freddo e alla neve delle montagne.

Ci sono le storie che portano il sorriso, come quelle di Tilla la bizzarra locandiera che parlava un linguaggio volgare irriguardoso nei confronti di chiunque. Se aveva rispetto per i soldati semplici con gli ufficiali non risparmiava le sue male parole. Quando il principe Umberto di Savoia fece sosta al Moncenisio decise casualmente di visitare proprio il locale di Tilla. Gli ufficiali scongiurarono il principe di evitare questa visita ma il reale non badò alle raccomandazioni e fece ingresso con un nutrito gruppo di ufficiali al seguito, tutti molto preoccupati. Tilla era in trepida attesa, desiderava conoscere questo principe tanto alto. Fu così che all’ingresso del piccolo corteo nel locale non deluse le aspettative e alzando lo sguardo alla ricerca del principe esclamò: “Alura, chi a lé el piciu pi gros chi i deuv sèrve prima?” e tutti risero.

Dentro i racconti di guerra ci sono le persone e le loro vite, così come piace raccontarle a Fabrizio Arietti. Quello del bambino che assiste, di nascosto, al passaggio di consegne tra i carabinieri e i soldati francesi sul nuovo confine quando l’Italia dovette cedere il Moncenisio alla Francia.

La storia della famiglia Ghione dell’Albergo Bella Vista di Meana trasformato nel centro di comando del primo corpo d’armata per volontà del principe Umberto di Savoia che vi alloggiò con la consorte Maria Josè. L’albergo fu a lungo bombardato dai Francesi con cannoni piazzati su un treno blindato nascosto in una galleria a Modane. Non lo colpirono solo perché è protetto da una collina. A Meana c’è chi ricorda ancora dove caddero le bombe francesi e giura ci sia ancora traccia delle buche lasciate dalle esplosioni.

Vicende umane, toccanti, di vita e di morte. Di follia della guerra e di popoli confinanti costretti a combattere per qualche chilometro di confine in più. Allevatori che persero tutto e soldati che persero la vita le cui spoglie giacciono nel cimitero di Bramas e altri invece sopravvissuti prigionieri dei tedeschi che riuscirono a fuggire in modo rocambolesco.

_AriettiStorie di uomini e donne da non dimenticare. Alla fine della presentazione abbiamo posto un paio di domande all’autore.

Come nasce questa passione così intensa per il Moncenisio?

E’ un rapporto bilaterale. In un senso da parte di mia madre perché mio bisnonno che era Costanzo Grosso di Susa, pioniere della fotografia, aveva avuto l’incarico dalla Forze idrauliche del Moncenisio per fare il report della costruzione delle dighe quindi posseggo le foto che documentano quella storia. Dall’altra parte, quella di mio padre, i miei bisnonni erano i guardiani delle vecchie dighe e questa combinazione ha influito nella mia vita.

Deve essere una bella emozione scavare nella memoria portando alla luce eventi e persone così lontane ma così presenti nella storia della valle.

Il mio interesse è proprio quello di trovare le ‘storie’ non solo quelle legate ai fatti stretti della guerra che rappresentano il ‘contesto’ ma far emergere le storie umane. Mi domando sempre come si poteva vivere in quei momenti così difficili; è la curiosità di capire la vita che conducevano allora.

Possiamo assicurare che Fabrizio è riuscito magistralmente nel suo intento.

D.A. 13.10.14

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