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Venti di Guerra nel mediterraneo.

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di Fabrizio Salmoni per Tgvallesusa.it

Be’ sembra che ci siamo. Gli osservatori più pessimisti dicono già da tempo che, assommando le crisi locali, la Terza Guerra Mondiale è già in atto. Non la chiamerei cosi, perchè quelle in corso sono guerre atipiche, asimmetriche (non condotte da eserciti regolari contrapposti su fronti omogenei), perchè non ci si può permettere uno scontro tra pari forze che distruggerebbero l’umanità. Più opportuna è la “scelta” di tante guerre locali, come quelle che si combattevano “per procura” all’ombra della Guerra Fredda. Oggi la “procura” è data dagli interessi delle élite del capitalismo transnazionale che puntano all’espansione massima dei profitti con il minimo possibile di lacci e ostacoli . Che tali interessi siano meglio o più rappresentati dagli Stati Uniti come entità statale è materia di dibattito perchè il tessuto economico-finanziario del pianeta è ormai più diffuso e a guida multipla che non in e da un solo paese: è recente ad esempio l’istituzione dell’Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib) da parte del governo cinese, a cui hanno aderito Francia, Germania e Italia contro il parere degli Stati Uniti e in concorrenza con l’Asian Development Bank (Adb), con la Banca Mondiale e con il Fondo Monetario Internazionale.

Sono Poteri enormi quelli che si combattono occupando gli spazi di mercato ancora liberi o “acquistabili”. L’Aiib è stato definito “il primo elemento di un nuovo ordine mondiale multipolare” e potrebbe bastare questo esempio per cassare la vetusta visione ideologica antiamericana che vuole gli Stati Uniti sempre nel ruolo dei cattivi. Certo essi sono i guardiani armati del multiforme modello capitalistico, una sede statuale che per filosofia e conformità strutturale favorisce l’elaborazione di strategie a protezione dei propri interessi economici, del proprio modello di civiltà (quella cosiddetta occidentale, la nostra) e della propria sfera di influenza, sfera che comunque è andata restringendosi gradualmente e contemporaneamente al dissolvimento dei vecchi blocchi contrapposti.

Anche i neo (o post) marxisti sembrano stentare ad andare oltre il principio pur sempre valido ma forse da attualizzare che vede la guerra come risoluzione delle crisi del capitalismo: oggi il capitalismo non è in crisi, anzi, è vincente nella sua forma peggiore, quella rapace, senza scrupoli, senza distinzioni ideologiche (nel senso tradizionale). E senza confini. Marinamilitare

La vera novità è che oggi gli scenari di guerra sono stimolati dall’irruzione dello Stato Islamico, creatura politica dalla genesi ancora poco chiara ma dagli appetiti espansivi ormai evidenti. Non entro nel merito del giudizio sull’Is (o Isis) perchè esula dal tema che mi sono imposto ma invito alla lettura del libro dellaLoretta Napoleoni Isis, lo Stato del Terrore (Feltrinelli, 2014), un testo istruttivo e dal taglio indipendente, per niente conformista. L’Isis porta avanti un progetto politico di unificazione sotto un’egida religiosa del mondo arabo-islamico sunnita che aspira ad annullare i confini fittizi creati dall’Occidente dopo la Prima Guerra Mondiale. L’avanzata del Califfato causa importanti variazioni nel ridisegno di Medio Oriente e parte dell’Africa ma, a sentire Edward Luttwak, non merita tanto una guerra apposita quanto un accorto contenimento. Parere curioso, da un “falco” come lui.

Senza dubbio, il disordine regnante su tutta l’area medio-orientale, continentale e costiera, mette a dura prova la tenuta di un’Europa dominata e gestita dai rappresentanti di quelle lobby del potere transnazionale a loro volta pilotate da quei circoli privati e paramassonici che sono Il Bilderberg, la Trilateral Commission, il Council of Foreign Relations e analoghe congreghe. L’Europa è ancora restia a farsi sottomettere definitivamente dai timonieri occulti, anzi sono in crescita forze centrifughe che possono causare guai e quindi il lavoro non è finito. La tenuta dell’Europa finanziaria deve essere protetta dai pericoli di destabilizzazione (immigrazione eccessiva e avvicinamento del Califfato) che provengono sull’immediato dalla costa meditarranea, in particolare dalla Libia contesa tra forze filo-occidentali e islamiste. Ma i veri pericoli, al di là dell’ipocrisia e della retorica sulla solidarietà, sono la perdita del controllo sulle fonti di energia, sulle installazioni petrolifere, sugli interessi commerciali.

In Italia, l’emigrazione prodotta dal caos nella regione è sempre stata tollerata, anzi addirittura incoraggiata da scriteriate politiche bipartisan che avevano interesse a foraggiare con lauti e costanti  finanziamenti le copp rosse e le associazioni cattoliche nel settore dell’assistenza. Una tendenza e un atteggiamento che venivano giustificate con la necessità di manodopera nuova per lavori vecchi in un’Italia invecchiata e benestante, ma che non intaccavano l’indifferenza dei decisori allo sfruttamento o alla sorte dei disgraziati che approdavano alle nostre coste nelle condizioni che sappiamo. Una sapiente propaganda incentrata sul concetto di “solidarietà” ha soffocato per anni lo scontento sociale per l’ eccesso di immigrazione e deviato ludibrio morale sulle forze politiche di destra che nel modo peggiore, a loro volta, lucravano sul fenomeno alimentando xenofobia e razzismo.

Ora però siamo veramente nei guai: per l’estate si prevedono decine di migliaia di profughi e per la prima volta si teme, con buone ragioni, vista la crisi economica, per la tenuta sociale del paese. Non è certo la sorte dei profughi che interessa ai decisori, quelle sono pillole di propaganda mediatica per i boccaloni, e forse neanche tanto l’ipotizzata infiltrazione terroristica (qualche attentato contro i civili si può anche mettere in conto se tutto il gioco può rendere…). Quello che importa sono gli approvvigionamenti dell’Eni da mettere in sicurezza e i contratti commerciali.

Sembrano finite le opzioni preliminari: il Mare Nostrum è già stato superato da Triton che è decisamente fallito per ignavia europea e scarsità di fondi. Chi tra i politici invoca il blocco navale lo fa in spregio delle vite che comunque si spenderebbero perchè si può morire anche a poche miglia dalla costa, perchè non ci sarebbe un “nemico da fermare” ma solo barconi e perchè bisognerebbe “bloccare”  anche  chissà quanti chilometri di costa algerina e tunisina per essere sicuri che gli scafisti non riescano a operare ugualmente.

MDraghiL’ipotesi politica di unificare le opposizioni libiche agli islamisti e di creare “stabilità” per interposta persona è per il momento archiviata perchè i tempi si fanno lunghi e gli oppositori armati degli islamici non si fanno unificare (Haftar è un furbacchione: sa di essere l’unico interlocutore dell’Occidente e gioca di conserva, tanto è protetto dall’aviazione egiziana).

Un’invasione a tutto campo della Libia è esclusa fermamente da tutti: andrebbe contro ogni principio strategico, costerebbe migliaia di morti e imporrebbe di tenere il territorio conquistato per chissà quanto tempo.

Si ventila di un blocco con incursioni “contro gli scafisti” mirate a danneggiare il “parco barconi” dei malavitosi. L’ipotesi è poco chiara, anzi puzza di inganno mediatico: droni e incursori per segnalare quali imbarcazioni eliminare? Ma allora che bisogno c’è di una mega mobilitazione internazionale, dato l’accordo generale?

 E allora? Per aiutarci a capire, vedete un po’ cosa scrive su La Stampa del 20 Aprile, la signoraMarta Dassù, direttore di Aspenia, la rivista dell’Aspen Institute Italia, appendice culturale delle èlite capitalistiche transnazionali, membro della Trilateral dopo un passaggio alBilderberg, membro del direttivo dell’Istituto Affari Internazionali (insieme, tra gli altri, aGianni De Gennaro e alla giornalista Rai Monica Maggioni – anch’essa Trilateral), dellaFinmeccanica (sempre con De Gennaro e per volere di Padoan), del comitato scientifico diConfindustria e della Fondazione Italia-Usa, ex viceministro degli Esteri con il governoMonti, ex consigliere oper la politica estera dei governi D’Alema I e II e Amato II (bastano come referenze per essere credibile?): auspica “aree rese sicure sulla sponda sud del Mediterraneo“, di “rete regionale di contenimento basata su accordi con gli attori locali” e rifiuta l’idea di “Europa chiusa” ai migranti (i cui flussi dovranno forzatamente essere regolamentati). Bontà sua, e sapete perchè? Perchè se no “vinceranno le forze politiche che vogliono chiudere i confini”  cioè esattamente l’opposto degli interessi delle élite finanziarie transnazionali che in nome del liberismo sfrenato, non vogliono regole, lacci, tasse, nel più ampio raggio possibile.

MDassùNon è sola la Dassù benchè sia in ruolo preminente. Anche l’Istituto di studi di politica internazionale (Ispi), prestigioso think tank partecipato dalle maggiori aziende italiane (es. Finmeccanica – di nuovo Di Gennaro – Eni, Enel, Intesa San Paolo, ecc.) e transnazionali (Philip Morris, Volkswagen, Indesit, Microsoft, ecc.) e con il neo Presidente Onorario Giorgio Napolitano, per penna di Arturo Varvelli afferma che “se la crisi legata alla minaccia  jihadista in Libia fosse internazionalizzata, magari con la creazione di una coalizione…l’Italia e la Ue avrebbero in mano carte più rilevanti per contenere gli attori regionali coinvolti...”.

Il governo italiano aggiunge che si pensa a “presidi umanitari” su suolo libico.

Serve altro per capire quale scenario possiamo aspettarci a breve-medio termine? Quello più logico e razionale: l’intervento di una coalizione europea a guida italiana (col permesso della Francia), in una cornice di legalità concessa da una Onu sempre prigioniera dei grandi burattinai (ha mai negato una risoluzione per fare la guerra?), che occupi la striscia costiera, o anche solo una sua porzione, con adeguata copertura aerea, che metta in sicurezza le raffinerie e controlli i flussi migratori da vicino. Sarebbe un’operazione approvata anche da Clausewitz che la chiamava “attacco strategico a  obbiettivo limitato” specificandone la non necessità di “difendere altri punti non da esso direttamente protetti“.

Si occuperebbero dunque le aree strategiche a tempo determinato fino  all’imposizione, in nome della stabilità e col pretesto umanitario, di un nuovo Gheddafi (Haftar) per fare il gioco sporco e il guardiano, probabilmente ben remunerato, dell’Europa contro islamici e scafisti. Una soluzione che coprirebbe Renzi a destra (della sinistra chi se ne frega…) e gli darebbe uno status internazionale, a spese dei libici. Ogni altra soluzione intermedia non sembra in grado di risolvere la situazione. E allora, possiamo solo consolarci, come diceva Cornacchione, pensando che faranno tutto quello per noi e per la causa umanitaria. Chi ancora ci crede, non rida.

(F.S. 22.4.2015)

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