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Pannella il romicoglioni politico ci ha lasciato

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di Davide Amerio per Scenarieconomici.it.

Era la fine degli anni ’70 o poco dopo. Di lì a breve ci sarebbero state le elezioni per il Parlamento Europeo. Con la mia ex moglie eravamo incerti su chi votare. Ascoltata una intervista per televisione, proposi di andare al comizio di quei rompiballe dei Radicali  in piazza San Carlo a Torino. Allora ai comizi la gente partecipava molto di più; non c’erano i social. Fu così che conobbi Marco Pannella, questo gigante (fisicamente alto e robusto) con gli occhi azzurri che sembravano due fari nella notte. Lo conobbi, lo salutai e scambiai un paio di battute. Fu l’inizio di un “amore” nei confronti del mondo radicale che si protrasse per un quindicennio. Poi, come capita, si cambia , si muta di pensiero e di prospettiva, forse si cresce, e allora l’amore svanisce ma resta stima e affetto per una persona che comunque ci ha dato molto.

Di Pannella, leader, “padrone”, filosofo del Partito Radicale, ciascuno ricorderà, portando sempre con sè, qualcosa. Oggi sicuramente molti giovani faranno spallucce su questa morte, ignari di ciò che, comunque la si pensi, ha seminato Marco nella politica italiana.

Quanta consapevolezza della libertà, quanto amore per il giusto; quanta compassione per chi soffre; quanta dignità per il significato intrinseco della “politica”, che, per lui, era un atto d’amore.

Libertario e non libertino come lo dipingevano i suoi detrattori, convinto sostenitore del pensiero liberale e socialista; un liberista “ottimista” ma difensore delle regole e della legalità; europeista sulla scia di Altiero Spinelli. Colto e sagace; una enciclopedia vivente sulla politica e sui costumi; sui personaggi e sugli avversari, che temevano il confronto con questa “macchina da guerra” che tutto conosceva e ricordava.

Le grandi riforme sulle libertà civili in Italia si accompagnano al suo nome (divorzio, aborto, voto ai 18enni, obiezione di coscienza). Le grandi battaglie contro l’ipocrisia perbenista nei confronti della droga si sono spinte sino al punto di infrangere la legge per dimostrare la nocività dei presupposti proibizionisti.

Seguace, e soprattutto praticante, della non violenza gandiana; noto per i suoi digiuni, dei quali si facevano beffe in molti, senza capire quanto egli abbia consumato il suo corpo per manifestare un dissenso costruttivo richiamando l’attenzione sui secolari problemi della politica italiana.

Infaticabile provocatore nell’uso dei Referendum come strumento per obbligare “la politica” ad affrontare il cuore delle questioni senza continui rinvii e pannicelli caldi consunti e inefficaci.

Vinse molte battaglie. Ne ha perse molte altre. Ha regalato generazioni di “radicali” nell’animo che si sono allontanati da lui intraprendendo le strade più diverse.

Come capita a tutte le cose, ripetute nel tempo, queste perdono il fragore della novità e finiscono nell’oblio e nell’indifferenza. Così i Referendum, così i suoi digiuni. E il “sistema” partitocratico imparò presto la lezione: se non si parla dei Referendum questi non esistono per il grande pubblico. La continua manipolazione dell’informazione ha sempre marginalizzato i Radicali, tranne quando faceva comodo o era inevitabile.

In fondo anche lui, negli ultimi anni, è rimasto “inglobato” in qualche modo nel sistema, con i suoi  Radicali che oggi si presentano insieme a quella sinistra che non li ha mai tollerati e sopportati, ma usati per far quadrare le percentuali elettorali.

Marco Pannella era un leader naturale ma sempre proiettato nel futuro. Per il “qui e adesso”, ha cercato invano per decenni l’appoggio di un leader popolare (Craxi, Berlusconi, D’Alema, Occhetto) che si facesse carico del compito di riformare, sul serio, questo paese. Un leader che fosse in sintonia con il “popolo” e ne parlasse lo stesso linguaggio. Pannella raramente parlava in termini politici comprensivi per tutti. Le sue analisi erano acute e colte, rivolte a progetti futuribili e basati sulla conoscenza della storia; ma in termini poco famigliari alla cattolica, perbenista, e ideologica società italiana.

Il bilancio che si chiude con la fine della sua esistenza terrena è la storia di un combattente che non ha mai mollato e non si è mai arreso alle sconfitte. Non ha mai dedicato tempo a scrivere libri autobiografici o di dottrina. Lo hanno sempre fatto altri per lui. Egli parlava, scriveva articoli (fu giornalista) ma sopra tutto agiva sempre e comunque.

Il commiato non può che essere sobrio ed essenziale, senza panegirici e ipocrisie nazional popolari che di sicuro non amava. Quindi… GRAZIE MARCO! E ricordati le sigarette…

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