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Il ministro Poletti contro le vacanze scolastiche. E se avesse anche un po’ ragione?

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La boutade o la provocazione lanciata dal ministro Poletti sulla durata delle vacanze della nostra scuola (tre mesi circa) definite “troppo lunghe” e necessarie di ridimensionamento a un mese, un mese e mezzo al massimo, scatena le reazioni più diverse. Alcune considerazioni ci dicono che il ministro non ha poi così torto ma il modo di porre la questione lascia molto a desiderare.

In primo luogo un ministro non dovrebbe lanciare “sassi nello stagno” per vedere l’effetto che fa bensì presentare soluzioni coerenti e logiche dopo un’analisi della situazione e dei problemi. Ma questo governo ci ha purtroppo abituato agli annunci senza seguito o con conseguenze peggiori dei mali che si vorrebbero curare.
Nel caso della scuola una proposta del genere non può prescindere dalle condizioni in cui essa è stata ridotta negli ultimi venti anni. Nemmeno è plausibile l’eterno ricorso alla necessità di trovare un impiego.

La scuola ha perso da tempo la sua funzione di contribuire alla formazione della persona, in primo luogo. Il lavoro è importante, per carità, ma la scelta di un mestiere dovrebbe essere un percorso di maturazione dei giovani all’interno di un contesto formativo che consente loro di sviluppare le proprie capacità. All’interno di questo non dovrebbe mai essere abbandonato lo stimolo della capacità critica nei giovani. Negli ultimi anni alcune prestigiose università americane hanno inserito nei test di ammissione una parte che consente di valutare la capacità di ragionamento del candidato. I buoni voti delle superiori non sono sufficienti.

La nostra scuola è invece da anni piegata alle necessità del mondo del lavoro. Ma queste necessità sono viste sempre e solo nell’ambito del breve periodo. Difatti ciclicamente ritroviamo un quantitativo di diplomati o laureati in discipline sulla base di quello che si suppone essere la richiesta del mercato del lavoro. La conseguenza è che i primi trovano impiego, gli altri, o gli ultimi, rimangono disoccupati o sono costretti a ripiegare su attività secondarie.
Proprio la necessità di una formazione continua e di una flessibilità che risponda alla complessità del mondo dovrebbe consigliare in primo luogo una base formativa dell’individuo, della sua adattabilità, promuovendo i suoi talenti.

In quest’ottica la riduzione del periodo vacanziero e/o una sua distribuzione differente nell’arco dell’anno può costituire una proposta interessante. Parimenti anche l’allungamento del periodo scolastico (sino a 18 anni) può rispondere alle esigenze di formazione.
Ma perché abbia senso occorrono non poche modifiche all’intera organizzazione operativa e strutturale (nel senso proprio fisico) dell’istruzione. È assolutamente necessario che lo scopo non sia solo quella lavorativo e non dobbiamo mai dimenticare che i ragazzi sono tali e la mortificazione o la negazione dell’adolescenza e della spensieratezza di quegli anni non possono essere piegati a logiche puramente impiegatizie pena la rischiosa compromissione dell’individuo.

Per riformare occorrono risorse economiche e un paese dedito alla corruzione avrà sempre meno risorse da investire nell’istruzione e quindi nel proprio futuro. Il clima attuale, la sfiducia che alimenta produce due situazioni deleterie: l’abbandono anticipato degli studi e la fuga all’estero (i così detti cervelli in fuga). Praticamente stiamo destinando risorse per la formazioni di generazioni che abbandonano o fuggono dalla disperazione. E che dire del fatto che la maggioranza della popolazione “istruita” finito il periodo scolare non prende più un libro in mano?

Puntare il dito contro le vacanze troppo lunghe è una miope visione se non si guarda all’istruzione e alla cultura come un momento fondamentale di una società e non si decide una volta per tutte che le risorse economiche non vanno disperse nelle tasche di pochi malfattori ma devono essere impiegate per il bene collettivo. E vale la pena qui ricordare che gli ultimi governi hanno agito contro la Costituzione laddove questa afferma perentoriamente che la scuola è pubblica e quella privata è riconosciuta ma se la vuoi frequentare la paghi di tasca tua e non con i soldi della collettività!

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