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Giornata della Memoria e Shoah: solo se politically correct!

shoah campi concentramento

A cosa serve ricordare gli orrori della Shoah? Perché parliamo di giorno della Memoria?

Domande cui dovrebbe essere semplice rispondere. Ricordiamo gli orrori del passato, della guerra, dei campi di concentramento nei quali furono trucidati milioni di Ebrei perché quegli avvenimenti orribili non si ripetano più. Perché ciò accada è necessario avere coscienza, e memoria appunto, di come il pensiero umano possa degenerare in perversa violenza oppure abbandonarsi a una tragica indifferenza verso ciò che accade. Hanna Arendt documentò il processo contro Adolf Eichmann in un libro lucido e tragico: “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme“. In esso l’aspetto più inquietante che viene messo in evidenza del gerarca nazista, che si occupava della gestione logistica della deportazione degli Ebrei verso i campi di concentramento e verso i forni crematori, è la sua convinzione di svolgere un “lavoro ordinario” che gli era stato affidato. E lui si vantava di averlo svolto con zelo e cura, da buon “impiegato”. Non aveva nulla di “personale” contro gli Ebrei, anzi, con alcuni vantava persino amicizia.

E’ questa “banalità del male” commesso senza coscienza e consapevolezza che impressionò non solo l’autrice ma il mondo intero. L’accettazione di uno sterminio come ordinario compito da eseguire perché autorizzato e richiesto dall’autorità, dal potere costituito, senza mai domandarsi se fosse o meno doveroso eseguire un comando che viola i più elementari diritti umani. Se non fosse più “doveroso” rifiutare non solo l’ordine, ma un intero sistema governativo.

Se la giornata della memoria ha un significato è anche questo: ricordare la banalità del male e l’indifferenza, l’acquiescenza, che lo alimentano.

Lo sterminio degli Ebrei è quello che più impressiona o, per meglio dire, quello che ci viene maggiorente ricordato. Allora la giornata della Memoria dovrebbe rammentare, oltre alla Shoah, tutti gli stermini; sia quelli venuti prima (come per esempio lo sterminio dei nativi Americani), sia quelli venuti dopo in giro per il mondo e più o meno nell’indifferenza della popolazione occidentale (Kosovo, Rwanda, Cecenia, Syria per citarne alcuni) e quelli tuttora in corso nelle zone “calde” del Medio Oriente e dell’Africa.

Con questo spirito a Magenta, in provincia di Milano, era stata organizzata la mostra “Shoah di ieri e shoah di oggi” organizzata dall’associazione “Il filo della memoria“. L’esposizione prevedeva anche la presenza di alcuni disegni di bambini Palestinesi del campo profughi di Jenin per ricordare, come sostenuto dagli organizzatori, che i bambini sono tali ovunque e in qualunque epoca coltivano gli stessi sogni e soffrono le stesse pene provocate dagli adulti.

Ancora una volta la politica nostrana e, purtroppo, anche le organizzazioni ebraiche, e pare con il beneplacito della sezione locale dell’Anpi, hanno dimostrato tutta la loro imprevidenza culturale e politica costringendo al rinvio della mostra, a data da destinarsi, ritenendo inopportuna la presenza dei disegni dei bambini palestinesi vicino ai documenti sulla Shoah; e sugli organizzatori sono fioccate accuse di antisemitismo.

L’unica accusa che merita qui di essere menzionata è quella di miopia perché se il ricordo delle sofferenze (passate, presenti e future) ha bisogno del copyright per essere “political correct” significa che siamo davvero non meno capaci di essere “banali” tanto quanto lo fu Eichmann.

D.A. 23.01.15

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