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Esperienza diretta al Pronto Soccorso di Susa

Ospedale Susa

Purtroppo in questa fase della mia vita capita così. All’improvviso senza un motivo specifico il mio cuore decide di concedersi il ballo di San Vito, avvenimento che tecnicamente i medici classificano come “fibrillazione atriale”. A volte dopo alcune ore la manifestazione danzante termina da sola e, seppur spossato, posso tornare alla mia vita normale. Altre invece il ballerino si concede la voluttà della danza per ore e ore sintantoché mi vedo costretto a bussare alla porta del Pronto Soccorso per ristabilire l’ordine e la disciplina dentro il mio petto.

Così giovedì mattina mi sono presentato al PS di Susa, piuttosto gremito di gente in attesa nella sala d’aspetto. Non ho dovuto attendere molto, la mia situazione era un codice “giallo” e quindi poco dopo l’infermiera mi ha fatto entrare. Nonostante lo stato d’animo concentrato sul mio malessere, sbircio il corridoio e vedo un bel numero di barelle occupate da degenti posteggiate lungo le pareti. Entrato nella sala delle emergenze si ripete il solito “rito”: visita, anamnesi, medicinali, tempi del disturbo. Mi ricoprono di cavi per il monitoraggio, attivano gli apparecchi e nella stanza risuonano i bip bip anomali del mio cuore. Inizia poi il trattamento delle flebo su entrambe le braccia e le medicine scorreranno consecutivamente per le successive dieci ore. Il personale è gentile, mi rincuora. Le infermiere fanno la spola da una stanza all’altra, da una barella all’altra, da una porta all’altra per chiamare i parenti che stanno in sala d’attesa e fremono per ricevere notizie sulla condizione del proprio caro.

Dal mio lettino, tra un bip e l’altro, osservo questo micro mondo animatissimo. Parlo un po’ con il personale e faccio qualche domanda per cercare di capire, o per meglio avere conferma di ciò che in parte conosco e vedo con i miei occhi. L’esperienza prosegue per  ventiquattrore; ovviamente anche quando il ritmo del mio muscolo cardiaco ribelle è stato ripristinato proseguono gli accertamenti e il monitoraggio per assicurarsi che tutto sia a posto.
Ho avuto quindi tempo di vedere infermiere correre costantemente, prendere dagli armadi rapidamente il necessario, rispondere alle chiamate dei pazienti. Un via vai continuo. I corridoi sono pieni di barelle. Il posto in reparto non c’è. Eh già, questo è un ospedale declassato e questo è un PS che qualche genio di assessore regionale vorrebbe magari chiudere.

“Secondo me vi mancano i pattini a rotelle, come per le cameriere nei fast food degli anni ’50” dico a un’infermiera sorridendo. Lei mi squadra un po’ incerta ma capisce la mia battuta e risponde “i pattini non so ma un monopattino farebbe già comodo!”.
La notte è lunga. Il via vai non molla. I pazienti anziani sono sovente irrequieti. Fuori, nel cortile dell’ospedale, qualcuno canta a squarcia gola un’improbabile canzone. Le infermiere sono disperate. Ogni tanto escono e urlano pure loro cercando di silenziare lo sprovveduto artista canoro. Chiamare i Carabinieri serve a poco, non sanno cosa fare. Dentro una vecchina si aggira con la giacca per il corridoio – la intravedo dalla porta – e barbotta tra sé. Continuamente cercano di riaccompagnarla nella sua stanza e di farla stare a letto. Lei invece dice loro di andare via e di lasciarla stare. È evidente che non ha nemmeno idea del luogo in cui si trova. Di sicuro avrebbe bisogno di cure diverse da quelle che può offrire un PS. Il gioco “dentro e fuori dalla stanza” dura tutta la notte. Verso la mattina la vecchina alza la posta e corre – si fa per dire – per il corridoio mezza svestita. Ricondurla in stanza sarà un’impresa.

Siamo in 14, mi spiega un’infermiera. Ufficialmente l’organico è completo, secondo le direttive; in realtà 4 o 5 persone mancano per vari motivi; non vengono sostituiti e a tutti gli altri tocca fare turni massacranti per coprire le esigenze.
Poi ci sono i “parenti” che reclamano per la situazione. Tipicamente la frase che ascolti è “non ce l’ho con lei -infermiera – ma è una vergogna per come funzionano le cose”. L’infermiera vorrebbe rispondere per le rime, tipo “guardi vada a reclamare con la direzione sanitaria piuttosto”… ma invece tace e dice che stanno facendo il possibile.
Dal mio letto il bip bip del mio monitor è spento; ogni tanto butto l’occhio per vedere se il ritmo del cuore mantiene la sua stabilità. Ma mentre sono lì bloccato nel letto e vedo tutto questo prodigarsi e queste carenze realizzo le condizioni improbe cui queste persone sono costrette a lavorare. Intanto vorrei alzarmi – potessi – per dire in faccia al reclamante “Scusi, visto che lei non ce l’ha con le infermiere… dove era lei un paio di mesi fa il giorno in cui abbiamo – sempre troppo pochi – manifestato qui davanti all’ospedale, al cospetto del freddo e del vento, per difendere questa struttura sanitaria dal ridimensionamento ???”.

E la mente – almeno la mia – non può non essere trascinata dal pensiero di quanto meglio sarebbe la situazione se in questo paese non dilagasse la corruzione, se non fosse costantemente dilapidato il patrimonio pubblico, se avessimo assessori competenti in ambito sanitario, se non avessimo burocrati che guadagna più del presidente degli Stati Uniti. Non è vero che Italia non ci sono i soldi, perché per rubarli ce ne sono sempre in abbondanza. Ma questo paese si è lasciato convincere delle cose più assurde dai politicanti e ne paga ogni giorno le conseguenze in un lento ma inesorabile declino che i più non percepiscono ancora perché non li riguarda o quando gli tocca, imprecano contro il “sistema” oppure se la prendono con l’infermiera di turno.

Giunge l’ora delle mie dimissioni. Le gambe tremano ancora per la debolezza ma posso tornare a casa. Vorrei abbracciarli tutti: medici, infermiere, personale paramedico per i loro sforzi quotidiani. Ma hanno troppo da fare. Mi limito a ringraziare ed esco. Fuori la sala d’attesa è gremita di nuove persone in attesa.

D.A. 30.03.15 per Tgvallesusa.it

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