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Debito sovrano e morale (archivio Tgvallesusa)

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Negli ultimi giorni il profeta Beppe Grillo, tanto amato e tanto odiato in questa stagione politica, scrive sul suo blog un articolo nel quale, parlando di debito e di economia, usa la parola “default” per indicare il futuro prossimo (breve) del nostro paese. Nella Europa dei tecnocrati, default è una parolaccia non ammessa, una bestemmia tra le sacre mura della chiesa dell’alta finanza. Default significa insolvenza, vuol dire che i copiosi debiti sovrani contenuti nei bilanci delle banche dei paesi ricchi, non verranno saldati o saranno saldati solo in minima parte. Per scongiurare il fallimento dei paesi sono state imposte le rigide politiche di austerità che conosciamo e i trattati che mettono a rischio la sovranità degli stessi paesi.
Una domanda aleggia sulla questione dei debiti sovrani, molti economisti (e non) se la sono posta: il debito sovrano (perlomeno i debiti sovrani giganteschi di alcuni paesi) sono morali? Sono stati contratti con consapevolezza in favore dei cittadini oppure alle loro spalle senza che questi fossero a conoscenza delle conseguenze?
In alcuni paesi questo interrogativo è diventato il baluardo su cui è nato il riscatto economico e civile dopo profonde crisi economiche e sociali.
Occorre innanzi tutto distinguere tra “moralità” del debito sovrano e “la questione morale” di berlingueriana memoria. I due temi sono però connessi: in campo politico la scarsa moralità pubblica, fondata su corruzione, spesa irresponsabile e clientele, genera il debito sovrano che può essere considerato immorale.
L’argomento che qui vogliamo analizzare, con l’aiuto di alcuni riferimenti bibliografici, è il motivo, o i motivi, per cui un debito può essere considerato immorale (odioso) ed è quindi ipotizzabile ritenere lecito il rifiuto del debitore di pagalo.
Questa liceità trova ragioni sia nella natura del debito (motivi per cui è stato contratto), sia nel rapporto tra creditore e debitore (molto forte il primo e molto debole il secondo), come pure nella struttura finanziaria del debito (un debito “perenne” che non potrà mai essere estinto).
 
Esempi reali di questo tipo di debito ce ne offre Loretta Napoleoni nel suo ultimo saggio (rif. 1), premessa per mettere in discussione tutta la politica dei trattati e dell’austerità imposta dall’Europa.
Negli anni ’70 l’antropologo francese J.C. Galey scopre nelle montagne dell’Himalaya orientale un esempio di feudalesimo incentrato sul debito perenne. In questa regione, molto conflittuale tra le popolazioni che risiedono, si è stabilito, nel tempo, un rapporto tra una casta di vincitori e i sudditi vinti che perpetua una relazione tra i due gruppi basata sul debito che i secondi contraggono verso i primi. I poveri non hanno la possibilità di “vendere” la propria forza lavoro, non esistendo un libero mercato cui offrirla e contraggono debiti per sopravvivere con i signori di turno che appartengono alla casta dei vincitori. 
In cambio del lavoro ricevono abbastanza per sfamarsi, vestirsi e ripararsi dalle intemperie” 
(rif. 1).
Questo debito non si esaurisce mai; il risparmio non esiste come categoria finanziaria e i vinti non hanno alcuna possibilità di realizzarlo per affrancarsi dalla schiavitù del debito. Quando accadono eventi eccezionali come matrimoni e funerali, i vinti sono costretti, per ripagare la dote e gli interessi relativi, o per sostenere le spese funerarie, a mercificare le giovani contadine, oppure a costringere i bambini a lavorare come schiavi. Questa situazione è accettata da tutti e nessuno pensa a rinunciare alla dote, per esempio, per non dover sacrificare le giovani donne.  Il debito viene accettato come un fatto inevitabile al pari della nascita e della morte.
L’alterazione del codice comportamentale della società è così forte da rompere i legami più solidi e duraturi come quelli di sangue tra genitori e figli. E chi ne fa le spese, naturalmente, sono le donne ed i bambini, deboli ma allo stesso tempo desiderabili, perfetti quindi per essere ridotti a merce di scambio” (Rif. 1).
 
I signori usurai controllano il potere economico, quello politico e diventano depositari del codice morale; possono influire sulle condizioni di vita di tutti gli altri.
La commistione tra principi finanziari e quelli morali produce il concetto del debito come obbligo morale anche se perpetrato con opera di usura. Questa è, a sua volta, generatrice di nuovi interessi sugli stessi interessi del debito dando vita al fenomeno dell’anatocismo, non a caso vietato da molte religioni e costituzioni.
L’equazione debito = onore pone il debitore in una condizione psicologica  di sudditanza nei confronti del creditore per evitare di cadere nel dis-onore sociale. Si perde di vista se la natura del debito sia accettabile moralmente, ovvero abbia come scopo la possibilità di creare ricchezza e di migliorare le condizioni di vita di chi l’ha contratto, anziché peggiorare la sua situazione spingendolo nella spirale dell’usura.
 
La spirale del debito che, attraverso un’azione di sfruttamento, trasforma il prestito concesso in un debito perpetuo che non consente al debitore di completare la restituzione del dovuto è il problema che si è posto  Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace nel 2006, fondatore del microcredito.
Professore di economia all’Università di  Chittagong, nel Bangladesh, analizzando la situazione della povertà nel proprio paese giunse ad una prima considerazione: “Noi cresciamo circondati dai poveri  ma non ci domandiamo mai perché lo sono” (Rif. 2).
 
Yunus  iniziò una ricerca sui motivi della povertà. Scoprì i meccanismi che costringono il povero a rimanere tale. Il primo di questi è l’usura che costringe il povero a fare un lavoro manuale i cui frutti economici vengono quasi totalmente assorbiti dall’usuraio. Il creditore fornisce il materiale per lavorare al debitore (che diventa tale perché non ha mezzi propri), incassa quasi tutti i proventi ricavati dal lavoro e lascia al lavorante solamente l’indispensabile per mantenerlo in vita. Una autentica forma di schiavitù moderna.
Il secondo è la mancanza di credito: il povero non può dare garanzie e quindi, pur avendo delle abilità e capacità di svolgere un lavoro, non può procurarsi i capitali per affrancarsi dall’usuraio e lavorare in proprio, per godersi la parte più consistente del guadagno e migliorare la propria situazione economica.
 
I poveri non erano tali per stupidità o per pigrizia; anzi, lavoravano tutto il giorno svolgendo mansioni fisiche complesse. Erano poveri perché le strutture finanziarie del nostro paese non erano disposte ad aiutarli ad allargare la loro base economica.” (Rif. 2)
 
La strumentalizzazione del debito come leva “morale” e la perpetuazione di condizioni economiche (e finanziarie) che impediscano l’estinzione dello stesso da parte del debitore, sono caratteristiche che consentono di definire un debito come “odioso” e non degno di essere onorato. 
Il creditore vanta una superiorità morale nei confronti del debitore il quale, per mantenere il suo livello di onorabilità all’interno del contesto sociale in cui vive, è costretto a vendere o impegnare ogni suo avere (compresi persone ed affetti famigliari) mantenendo un puro livello si sussistenza. Il risparmio, lo strumento mediante il quale è possibile affrancarsi da una condizione di povertà, viene, di fatto, impedito dal creditore che mantiene il controllo totale della gestione economica e finanziaria della società, nonché quella “morale”.
 
Quanta attinenza c’è tra le situazioni di paesi come il Bangladesh e l’Himalaya, sopra descritti, e l’economia di Eurolandia?
La Napoleoni ci offre una risposta lapidaria e inequivocabile:
 
Che differenza c’è tra la cultura barbara del debito perpetuo dell’Himalaya e la crisi del debito sovrano? Nessuna.”. (Rif. 1)
 
In Europa siamo di fronte a debiti esorbitanti la cui natura è alquanto discutibile e i meccanismi proposti (ed imposti) per farvi fronte sembrano reiterare ed aumentare il debito, bloccano di fatto lo sviluppo e soffocano il risparmio condannando il debitore ad uno stato di sudditanza perenne.
 
 “L’anatocismo abbinato alle politiche di austerità produce un impoverimento della popolazione che rende viepiù impossibile risolvere il problema, e infatti il Italia nel 2012 è aumentato il rapporto debito-Pil. Viviamo insomma nella stessa situazione dei vinti dell’Himalaya: impossibilitati a rompere le catene del debito da una generazione all’altra, e gravati dalla scomparsa del concetto di risparmio e da una povertà perpetua.” (Rif. 1)
 
Sull’ordine di grandezza del debito italiano Savino Frigiola offre alcuni paragoni inquietanti (Rif.3):
 
Il debito pubblico è pari a 3 volte il valore dell’intero patrimonio immobiliare privato Italiano, a 8 volte il valore di tutti gli immobili dello Stato Italiano: scuole, ospedali, caserme, enti pubblici, porti, aeroporti, ferrovie ecc. ecc. Se si volesse pagare il debito pubblico occorrerebbero ben 33 manovre come l’ultima disastrosa di 59 miliardi, e vi è ancora da aggiungere gli interessi passivi pretesi nei 32 anni successivi. Se volessimo pagarlo con prodotti della nostre industrie ci vorrebbe l’intera produzione annuale delle macchine della FIAT (n° 1.781.000 di automobili Panda) per un minimo di 128 anni. Se volessimo pagarlo con prestazioni di lavoro occorebbero 20 milioni di lavoratori che dovrebbero lavorare gratis in tutti i giorni di un anno (365 giorni) per 10 ore al giorno a 10 €ora.”
 
Conclusione: “ Non occorre essere grandi e blasonati economisti per comprendere che una tale mole di debito non potrà essere mai pagata, anche se decidessimo di consegnare ai nostri famelici strozzini l’intero patrimonio immobiliare sia pubblico che privato”. (Rif. 3)
 
Ci sono quindi delle condizioni ben precise per le quali un debito può dirsi “detestabile”:
“1) Il governo del Paese deve aver conseguito il prestito senza che i cittadini ne fossero consapevoli e senza il loro consenso. 2) I prestiti devono essere stati utilizzati per attività che non hanno portato benefici alla cittadinanza nel suo complesso. 3) I creditori devono essere al corrente di questa situazione, e disinteressarsene.” (Rif. 3)
 
Nel caso dell’Italia possiamo certo discutere sulle responsabilità che toccano anche i cittadini i quali hanno avvallato, con il loro voto, certe politiche economiche. Obiettivamente però, questo è avenuto anche a causa di una informazione complice e compiacente. E’ vero che non siamo tutti economisti e quindi solo una minoranza è in grado di decifrare certi discorsi tecnici, ma è anche vero che un’informazione libera e che facesse il suo mestiere potrebbe realizzare compiutamente il principio einaudiano del “conoscere per deliberare” mettendo a conoscenza i cittadini della reale situazione e lasciando loro decidere che strada intraprendere. Se siamo al 69° posto nella classifica mondiale per libertà di informazione ciò non è senza conseguenze. Quanto è stato realmente fatto e detto per far comprendere ai cittadini le conseguenze di una crescita spensierata del debito pubblico?
 
Le domande sulla liceità del debito, sul obbligo di onorabilità e sulle reali possibilità di farvi fronte sono domande estremamente attuali e tuttaltro che soddisfatte.
Le ipotesi di default pilotato, contrariamente da quanto ribadito dalla politica ufficiale, trovano delle ragioni nella storia economica e negli eventi; ancora la Napoleoni:
 
“Il nord Europa guarda con disprezzo alla Grecia che ha ottenuto con la PSI, la Private Sector Initiative, uno sconto del 75% per cento sul debito contratto con il settore privato, il che equivale de facto a un default” (Rif. 1)
 
L’idea di ridisegnare il sistema economico, di stampo neoliberista, con il predominio della finanza sull’economia reale, che ha condotto alla crisi planetaria recente e che riduce la politica economica del continente europeo a tecnocrazia in difesa di interessi altri da quelli dei cittadini, deve farci riflettere. Le soluzioni al momento imposte dall’Europa si rivelano ogni giorno più inadeguate per creare ricchezza sufficiente per estinguere i debiti.
 
Chiudiamo con lo scenario ipotizzato da Padre Alex Zanotelli (Rif. 4) per invertire la rotta pericolosa che è stata intrapresa con i debiti sovrani e con le politiche di austerità:
 
1)   Richiesta di una moratoria per il pagamento del debito pubblico;
 
2)   Indagine popolare (audit) sulla formazione del nostro debito pubblico allo scopo di annullare la parte illegittima, rifiutando di pagare i debiti ‘odiosi’ o ‘illegittimi’, come ha fatto l’Ecuador di R. Correa nel 2007;
 
3)   Sospensione dei piani di austerità che, oltre essere ingiusti, fanno aumentare la crisi;
 
4)   Divieto di transazioni finanziarie con i paradisi fiscali e lotta alla massiccia evasione fiscale delle grandi imprese e degli straricchi;
 
5)   Messa al bando dei ‘pacchetti tossici’ e della speculazione finanziaria sul cibo;
 
6)  Divisione delle banche ‘troppo grandi per fallire’ in entità più controllabili, imponendo una chiara distinzione tra banche commerciali e banche di investimento;
 
7)   Apertura di banche di credito totalmente pubbliche,
 
8) Imposizione di una tassa sulle transazioni finanziarie per la ‘tracciabilità’ dei trasferimenti e un’altra sui grandi patrimoni;
 
9) Rifondazione della BCE riportandola sotto controllo politico (democratizzazione), consentendole di effettuare prestiti direttamente ai governi europei a tassi di interesse molto bassi.
Riferimenti :
(1)  Democrazia Vendesi”  di Loretta Napoleoni ed. Rizzoli (Prologo)
(2) Il banchiere dei poveri” di  Muhammad Yunus  (Nobel per la pace 2006) ed. Feltrinelli
(3) E’ morale pagare il debito?” di Padre Alex Zanotelli su http://www.democraziakmzero.org  
(4)    “Il debito pubblico, un mostro generato dall’usura” da Savino Frigiola, RINASCITA, pubblicato su http://ilgraffionews.wordpress.com

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