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Decreto banche: quel “vizietto” di fottere i risparmiatori.

banca-etruria

di Davide Amerio per Tgvallesusa.it

Ci sono molti aspetti nella “nuova” vicenda che vede coinvolte le banche e i piccoli risparmiatori. Proviamo a riepilogare alcune delle posizioni e delle spiegazioni degli “esperti” in questo ambito e separiamo gli aspetti tecnici da quelli più propriamente politici.

Per quello che mi riguarda le mi esperienze dirette queste si riferiscono a quattro anni nell’ambito assicurativo dove troppo sovente ho dovuto confrontarmi con persone normali che avevano visto il proprio capitale risparmiato (in decenni di lavoro) falcidiato da prodotti bancari e/o assicurativi dei quali ignoravano il reale funzionamento.

Anni or sono ebbi l’occasione di ascoltare il Presidente della Adam Smith Society (una associazione di specialisti e studiosi impegnati nel diffondere la conoscenza e il funzionamento del libero mercato) fare una affermazione importante traducibile in questi termini: la maggior parte degli Italiani vuole “giocare” con la finanza ma non conosce la differenza tra un’azione e una obbligazione.

Recentemente Patuelli, presidente dell’ABI (Associazione Bancaria italiana), in una intervista televisiva [1] ha affermato che i risparmiatori dovranno imparare a valutare i rischi finanziari con la stessa attenzione dedicata all’acquisto di una casa. Dovranno documentarsi sulle diverse proposte di mercato; verificare la credibilità del proponente; comprendere se l’intermediario è affidabile.

Tra le due affermazioni stagna il vasto territorio dell’ignoranza del risparmiatore su cui banche, politici, speculatori e quant’altro possono allegramente contare. Di quale modello “tipo” di risparmiatore stiamo parlando? Quanti sono quelli che possono corrispondere al profilo indicato da Patuelli? Quanti di costoro sono realmente in grado di avere strumenti, abilità, conoscenze tecniche per valutare le offerte o per riconoscere la bontà di un promotore finanziario?

Il paragone non regge. Anche in virtù del fatto che nella realtà, e non nella teoria, le persone che comprano casa e ricevono fregature o si rendono conto che l’acquisto non corrisponde a quanto era stato loro proposto non sono poi così poche. Se teniamo presente questo fatto unitamente alla dichiarazione della Adam Smith Society e lo valutiamo alla luce degli scandali finanziari (Parmalat per citarne uno su tutti), delle crisi finanziarie regalate dall’iper finanza con i derivati e della effettiva resa dei fondi di investimento, si comprende che la tesi del presidente Abi non regge.

Il problema è sempre l’intermediazione. Così come si è consentita l’assurdità di concedere alle banche di mescolare l’attività creditizia con quella speculativa finanziaria, adesso si gioca la carta della responsabilità del consumatore finale che non è “abbastanza” esperto per non farsi fregare.

Sulla responsabilità dei risparmiatori possiamo individuare un’unica colpa: l’aver creduto, negli ultimi quindici anni, che il soldo facile è alla portata di tutti e che guadagnare senza fare un cxxxo è una gran bella cosa da perseguire. Ma hanno contribuito, in merito, le ricche campagne televisive e giornalistiche che hanno esaltato la semplicità – falsa,- dei mercati finanziari lasciando intendere che tutti potevano giocare alla speculazione per ottenere facili guadagni mediante i fondi gestiti o prodotti finanziari creati all’uopo (per esempio i derivati). Ma ce la ricordiamo la campagna in favore dei fondi da parte dei media ai tempi della previdenza alternativa cui destinare il TFR dei dipendenti? E le esaltazioni mistiche per i titoli tecnologici dei primi anni del nuovo millenio?

Oggi assistiamo all’ennesima leggerezza e incapacità della politica (ora sappiamo bene che si tratta di complicità), nel difendere il consumatore “medio” e reale dalle prese in giro. Le regole sul Bail-in trasportano la responsabilità dei disastri finanziari sulle teste dei correntisti e dei risparmiatori. A poco vale “multare” dei dirigenti incapaci o ladri quando hanno bruciato milioni o miliardi dei soldi dei sottoscrittori.

Dal punto di vista tecnico Paolo Cardenà su Scenarieconomici [2] illustra i parametri tecnici cui far riferimento per valutare l’affidabilità di una banca:

A marzo del 2013, a Cipro, con i correntisti chiamati a ripianare le perdite di due grandi banche, si è segnato il punto di svolta. In poche parole, viene superato lo schema dell’intervento pubblico nei salvataggi bancari (bail-out) e viene adottato un nuovo strumento per la risoluzione delle crisi bancarie, successivamente codificato dall’Ecofin ed esteso ai salvataggi bancari europei.

Gli strumenti di risoluzione ideati, che possono essere utilizzati individualmente o in combinazione tra loro, sono:

la vendita dell’attività d’impresa;

la costituzione di un ente-ponte, cioè la cessione di tutte le attività, i diritti e le passività o di parte di essi a un ente interamente o parzialmente di proprietà di un’autorità pubblica;

la separazione delle attività non in sofferenza dell’ente da quelle deteriorate o in sofferenza;

il bail-in (svalutazione e conversione dei titoli) degli azionisti e dei creditori dell’ente. In particolare, azionisti e creditori partecipano al piano di ristrutturazione, e secondo una precisa gerarchia di intervento (azionisti, obbligazionisti junior, obbligazionisti senior e titolari di depositi oltre i 100.000 euro). Secondo questa impostazione, sarebbero esclusi dal bail-in i depositi sotto la soglia dei 100.000 euro. […]

Quindi, con il bail-in si assiste ad un cambiamento epocale nel quale l’onere della risoluzione delle crisi bancarie viene trasferito dai contribuenti agli azionisti, obbligazionisti e ai depositanti.[2]

Sulla situazione italiana Cardenà evidenzia:

la Banca d’Italia ha recentemente ribadito che il problema dei crediti deteriorati accumulati dalle banche ha assunto una dimensione tale da richiedere un intervento pubblico: “È un anno e mezzo che lo dico: è importante dare una risposta con un intervento pubblico volto a risolvere il problema pesante dei crediti deteriorati, una risposta rivolta a tutti e ovviamente nel rispetto delle normative europee”, dice il governatore Ignazio Visco durante un’audizione in Senato.[2]

I criteri da seguire per verificare la solidità e affidabilità di un istituto di credito vengono individuate nei seguenti:

Il primo: monitorare il Common Equity Tier 1, che è un parametro che esprime la solidità di una banca. Si tratta di un indice determinato dal rapporto tra Cet 1 (rappresentato principalmente dal capitale ordinario versato) e la attività ponderate per il rischio. Secondo le norme della Bce, il Cet 1 ratio deve essere superiore all’8%. Qui trovate una spiegazione completa ed articolata della composizione del patrimonio di vigilanza. Rischio Calcolato, periodicamente fornisce l’aggiornamento del Common Equity Tier 1 e la tabella che segue raccoglie gli ultimi dati disponibili.

Il secondo criterio per verificare la solidità di una banca è quello di confrontare periodicamente la performance in borsa del titolo della banca osservata con la performance dell’indice del comparto bancario. Secondo questa impostazione, se in un arco temporale non breve, il singolo titolo ha realizzato delle performance significativamente inferiori a quelle dell’indice di categoria, il prezzo dell’azione incorporerebbe anche evidenti fattori di criticità della banca e del modello di business, tali per cui possano scattare i campanelli di allarme. Ovviamente, non è detto che il prezzo delle azioni (in questo caso di quelle di una determinata banca) sia in grado di esprimere la solidità di una banca; e poi questo criterio non può essere applicato alle banche che non sono quotate in borsa.

Il terzo criterio è quello di seguire la cronaca giudiziaria riguardante la banca. Questo approccio potrebbe risultare tanto più utile nel caso di banche territoriali, poiché gli organi di stampa locali raccontano le cronache riguardanti la banca eventualmente “incriminata”.

Questi tre criteri certamente costituiscono un primo approccio di ponderazione e di selezione delle banche più o meno sicure, ma non è detto che siano sufficienti. Seppur vero che le cronache nazionali e locali hanno anticipato all’opinione pubblica lo stato di difficoltà di molte banche, non è detto che in futuro qualche banca non possa riservare delle brutte sorprese nell’anonimato della cronaca. [2]

Come si può osservare queste “regole” richiedono un certo tipo di preparazione; ma non è detto che il risparmiatore che ha accumulato un gruzzoletto nel tempo sia in grado di applicare questi criteri.

Il problema è quindi squisitamente politico, laddove lo Stato dovrebbe provvedere attraverso organi preposti alla tutela del risparmio e dei sottoscrittori. Vale la pena ricordare che bruciare risorse finanziarie influisce comunque sull’andamento dell’economia in modo negativo, nonché sulla vita sociale dei cittadini sino ai drammatici avvenimenti dei suicidi.

Gli organi preposti ci sarebbero ma sappiamo bene che la “Banca d’Italia”, grazie alla scelta della separazione dal Tesoro, non è più “d’Italia” ma bensi proprietà di grandi gruppi bancari (di cui dovrebbe a sua volta controllare l’operato). Quanto alla Consob e altri organi istituzionali sarebbe bena valutarne la capacità di “prevenzione” dei misfatti e quella di incidenza reale nel bloccare le situazioni critiche o a rischio e questo in modo indipendente dalla politica.

Nel merito Beppe Scienza (autore de “Il risparmio tradito”) si domanda se questa vicenda ripercorrerà quella dell’Alitalia e sottolinea, in alcuni suoi interventi:

Vedremo se il governo Renzi vorrà difendere di più o di meno gli investitori. I pretesi divieti dell’Europa di regola sono unicamente pretesti per tacitare i cittadini. La Germania ha tranquillamente aiutato la HSH Nordbank e così la sua emissione con scadenza 14-2-2017 ora vale 90 e non quasi zero.

Ma nel finto salvataggio delle quattro banche le storture abbondano. Vedi le obbligazioni Banca Marche 1-6-2017: in quanto subordinate, chi le ha viene dopo altri creditori in caso di liquidazione della banca. Qual è stata qui la furberia di Banca d’Italia? Anziché azzerarle come altre, le ha lasciate nella società, svuotata però dei crediti (stimati una miseria) e degli sportelli (valutati anch’essi a prezzi stracciati). Erano emissioni di una banca, sono diventate obbligazioni di una scatola vuota. Non erano questi i patti.[3]

Più si scava, più vengono fuori le storture e le trappole del cosiddetto salvataggio di Banca Marche, Popolare dell’Etruria, CariFerrara e CariChieti. Non solo i risparmiatori hanno motivo per accusare la Banca d’Italia per le scelte fatte, massacrati dall’azzeramento di titoli rifilatigli in un passato anche lontano e spesso invendibili. Anche alcuni banchieri hanno molto da ridire. In particolare nel caso di istituti di credito medio-piccoli con molta attività di intermediazione e gestione e pochi prestiti, magari per giunta concessi oculatamente e quindi a basso rischio.[4]

Come vogliamo infatti definire un poveraccio cui dieci anni fa la sua banca rifilò obbligazioni a basso rendimento, per giunta non quotate? Un risparmiatore o uno speculatore?
[…] Ma c’è altro da dire sul cosiddetto salvataggio di Banca Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, CariFerrara e CariChieti. Esso ha contemplato “la riduzione integrale del valore nominale” ovvero l’azzeramento di parecchie obbligazioni subordinate. A rigore esse non dovrebbero subire, in tali casi, una sorte peggiore rispetto all’alternativa della liquidazione della banca. Ma per credere questo occorre un atto di fede nei confronti di Banca d’Italia. Essa ha applicato svalutazioni micidiali alle attività “cattive” delle quattro banche (crediti in sofferenza ecc.) e valutato pochissimo quelle “buone” (avviamento ecc.), cedute alle nuove banche, create per l’occasione. È legittimo il dubbio che con una liquidazione delle banche stesse, condotta in maniera corretta, poteva avanzare qualcosina per le obbligazioni subordinate, ora invece azzerate d’imperio. Anche col cosiddetto bail-in potevano forse recuperare qualcosa. Così invece niente.

D’altronde cosa ci si può aspettare da una banca centrale le cui quote sono per la maggior parte di proprietà di banche italiane?[5]

Sul balletto tra le recenti dichiarazioni dell’Europa e del governo Renzi alcune riflessioni sono formulate in un articolo del sito Wall Street Italia:

In una intervista rilasciata al Corriere della Sera, Salvatore Rossi, direttore generaledi Bankitalia, cerca di arginare i danni:

Prodotti inadatti e figli della cultura finanziaria anglosassone sono quelli che hanno dato luogo nel 2007 alla più grande crisi dal ’29 a oggi. La verità è che il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, in tempi non sospetti ha chiesto di arrivare a vietare la vendita di obbligazioni subordinate agli sportelli in modo che solo investitori istituzionali potessero acquistarli e non i semplici risparmiatori”.

Non possiamo vietare di vendere questo o quel prodotto. Non abbiamo poteri così ampi. E ricordo che a vigilare sulla sollecitazione al risparmio è preposta un’altra autorità”.

Dunque, sull’atteggiamento dell’Europa, che sembra aver puntato un dito contro Bankitalia e il sistema Italia, Rossi afferma:

Vorrei evitare di entrare nel solito gioco Italia contro l’Europa, è innegabile però che ci sia stata una diversità di vedute tra autorità italiane, il governo in primis ma anche noi, e Bruxelles, o meglio la Direzione generale alla concorrenza. E’ quest’ultima che ci ha di fatto spinto a seguire la strada oggi criticata che ha portato al salvataggio di Banca Marche, Carife, CariChieti ed Etruria”.

Nelle ultime ore Renzi si è così espresso:

Il governo opera “con un principio chiaro: le regole sulle banche le ha fatte l’Europa, purtroppo non le scriviamo noi. E dentro quelle regole l’Italia ha fatto di tutto” per salvare” i soldi delle famiglie (…) Per gli obbligazionisti cerchiamo una soluzione nei limiti delle regole. Vedremo le modalità, vedremo se possibile”.[6]

Vedremo… mentre lo signori “vedono” sul da farsi i risparmiatori penano e a noi non rimane che osservare sbigottiti l’ennesima dimostrazione del vizietto di giocare con i soldi degli altri rovinando intere famiglie,

Fonti:

[1] Video all’interno dell’articolo “Come scegliere una banca davvero sicura” di Paolo Cardenà su Scenarieconomici.it

[2] “Come scegliere una banca davvero sicura” di Paolo Cardenà su Scenarieconomici.it

[3] “I risparmiatori abbandonati: modello Alitalia per il governo” di Beppe Scienza – Il Risparmiotradito.it

[4] “I piccoli banchieri si lamentano: Guadagnano solo i grandi istituti” di Beppe Scienza– Il Risparmiotradito.it

[5] “Obbligazioni di Banca Marche, Popolare Etruria, CariChieti e CariFerrara. Dopo il danno la beffa per chi ha visto azzerarsi tutto” di Beppe Scienza– Il Risparmiotradito.it

[6] “Bankitalia si sveglia e dà colpa alle banche, “ristoro” ai truffati. Ma come?” di Laura Naka Antonelli per Wall Street Italia

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